La comunità che il mondo desidera

Qual è la comunità che il mondo desidera? Vivo a Camaragibe in Brasile. È in questo luogo tropicale, pieno di enormi sfide e di povertà che sono arrivata a capire quanto siamo lontani dal costruire la comunità di vita insieme a tutta la creazione. Uno degli aspetti negativi che più mi fa star male nel mio quartiere, per esempio, è la mancanza di cura che le persone hanno per il mantenimento delle aree pubbliche.

La gran parte delle persone non sembra interessata alle condizioni delle strade: le immondizie e lo sporco abbondano, mentre le persone scelgono di credere che solo “il comune” abbia la responsabilità di mantenere pulita la città. La consapevolezza che ognuno di noi è la città sembra ancora lontana. Siamo molto bravi a trovare le colpe degli altri ma facciamo molta fatica ad accorgerci dei nostri limiti e dell’assoluta necessità di assumerci la responsabilità del nostro corpo sociale.

In questo senso, le Chiese potrebbero assumersi più responsabilità nel promuovere processi educativi che portino alla costruzione e al mantenimento della comunità della vita. Le campagne educative per coscientizzare il pubblico sono ancora nuove. Dobbiamo portarle avanti in tutte le nostre attività e nelle varie organizzazioni a cui apparteniamo.

comunità di Camaragibe

È molto difficile capire chiaramente cosa significa la parola “comunità”. Molti desiderano una comunità ma in una società caratterizzata dall’individualismo questo termine non connota sempre la “condivisione di valori che fanno avanzare il bene comune”.

Fare comunità, penso, significa tenere presente tutto il mondo che è al di là del nostro quartiere e nello stesso tempo curarsi della comunità particolare in cui siamo. Vivere in comunità non significa necessariamente vivere sotto lo stesso tetto, ma piuttosto organizzarsi per raggiungere un obiettivo, uno scopo o una missione nel tentativo di occuparci del bene comune.

Sono convinta che abbiamo bisogno di costruire piccole comunità intorno ai bisogni più urgenti e immediati. Non si tratta più di fare “comunità per fare comunità”, anche se possiamo certamente accogliere e promuovere il valore della vita di comunità. Ma se non c’è un obiettivo comune corriamo il rischio di chiuderci e, un po’ alla volta, di distruggerci nelle difficoltà più banali o nelle complicazioni della vita quotidiana. Non sto necessariamente parlando delle comunità religiose; tuttavia non escluderei che abbiano bisogno di rivedere i loro obiettivi di comunità.

comunità e speranza Credo che sia arrivato il momento di aprirci a delle comunità pluralistiche, partendo da obiettivi precisi adatti alle necessità di oggi. Con questa prospettiva non dobbiamo avere pretese di ottenere grandi cose. Dobbiamo cominciare dal piccolo per imparare ad ottenere qualcosa di più grande.

Pensiamo per esempio a un gruppo di mamme e di papà che cercano insieme di migliorare una scuola pubblica. Potrebbero creare un’équipe di quartiere per promuovere il riciclaggio organizzando dei gruppi che fanno raccolta di materiale riciclabile. Un altro esempio potrebbe essere la preparazione di liturgie eucaristiche più inclusive.

È chiaro che parlo del contesto in cui mi trovo, cioé la vita in un quartiere povero. E sono convinta che chi fa parte della media borghesia può avere altre idee su cosa può fare per la comunità. Per esempio una cosa possibile sarebbe quella di avvicinarci alle persone e sentire da loro cosa propongono prima di dare la nostra risposta e iniziare a lavorare insieme.

Dobbiamo anche riconoscere di non avere una risposta a tutto e che la Comunità della vita è molto più ampia e più creativa di tutte le nostre belle idee. Certamente possiamo fare qalcosa anche se non possiamo certamente fare tutto quello che creiamo nella fantasia. Dobbiamo rinunciare a un po’ di orgoglio e al perfezionismo a cui siamo stati educati per accogliere la vita con tutti i suoi paradossi, piccoli e grandi. Coltivare un atteggiamento di questo tipo ci può rendere più umili e saldi in tutto quello che facciamo.

La vita oggi ci chiama ad essere capaci di accettare con amore la nostra responsabilità nei suoi confronti, come persone capaci di accogliere tutte le meraviglie della vita e persino la sua crudeltà. E infine, ci chiama ad essere capaci di cantare insieme alla gente:

“O mio Dio, so che la vita
Dovrebbe essere migliore; e lo sarà!
Ma ciò non mi impedisce di ripetere:
È bella, è bella, è bella...”
[“Che cos’è, che cos’è?” – Canto popolare brasiliano di Luis Gonzaga, Jr.]

Sr. Ivone Gebara, SP

Pubblicato: Settembre 2009

 

Domanda per la riflessione:

Cosa posso e/o possiamo fare personalmente e come comunità per andare incontro al desiderio profondo di comunità che hanno le persone?

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