Sentirmi "povera"...

2In questo ultimo anno, a seguito della nostra Conferenza “Dono di guarigione”, mi sono trovata spesso a ripensare alla “povertà”. Ritenevo che il suo significato fosse immediatamente evidente, che ormai fosse “chiaro” il suo senso nella mia vita, eppure ho dovuto riconoscere che essa nasconde mille sfumature, possiede volti non sempre facili da cogliere.

Pian piano, nel corso di questi mesi, son venute alla memoria alcune immagini, situazioni, vissuti a cui ho potuto dare un volto e un nome. Ho ricordato la sensazione provata in quelle circostanze: ero senza vie d’uscita, o almeno, senza quelle vie che credevo di poter trovare.

 La povertà “dell’avere”
Una tra le esperienze che hanno dato volto al mio sentirmi “povera” è quella dell’ultimo inverno, un inverno più rigido del solito. Ma è stata una esperienza di povertà “al contrario” cioè non per qualcosa che a me mancava - a parte i normali disagi, anche questo è stato un inverno trascorso nel confort della protezione necessaria - stavolta ho provato la povertà “dell’avere”, del non mancare di nulla. Una povertà che sentivo attaccarsi addosso come con degli uncini che lasciano il segno.

3aLa notte il mio riposo era popolato dalla voce e dai volti di quanti il giorno avevano provato a chiedermi riparo, vestiti, coperte, aiuto. Molti avevano finito il gas della loro bombola, ad altri era stato tagliato perché non avevano pagato la bolletta. Proprio nei giorni più rigidi quelle persone rimanevano completamente al gelo e senza la possibilità di cucinare.

Ho preso consapevolezza in quel periodo che il mio essere si trasformava entrando nella sofferenza di chi non ha, un po’ come Antonietta Potente ci ha descritto durante la Conferenza: “quelle strane trasformazioni silenziose che avvengono con ciò che già esiste”. Successivamente ho trovato la forza di accettare quello stato, non fuggendo al disagio provato e non cedendo alla giustificazione o al senso colpa perché non avevo potuto fare altro.

4aIl mio “stare” è divenuto “offerta” a Dio, all’Unico che non abbandona.
Consapevole che non possiamo liberare il mondo dalla povertà e dalla sofferenza, sentivo l’appello che una cosa potevo – e dovevo – farla: prendere il patire degli altri, portarlo ed offrirlo in un percorso di trasformazione che genera cose nuove, come il chicco che “caduto in terra muore e porta frutto” .

Oggi non mi chiedo se la “povertà” è ciò che manca a me o ciò che manca agli altri.
La mia povertà è il bisogno di entrare nella logica del Vangelo e imparare dal Maestro a coniugare i verbi nel dono della vita: per Gesù, infatti, “amare” è “voce del verbo morire.”

 

Sr. Tina Ventimiglia, SFP

Pubbliacato: Agosto 2012

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