Dono di Dio: cammino di guarigione

 

Da circa 6 mesi svolgo il mio lavoro come infermiera presso il Servizio infermieristico di Assistenza Domiciliare. Ogni giorno visito mediamente una decina di persone, la maggior parte delle quali soffre di malattie cronico-degenerative e di tipo oncologico. 

Le realtà personali e famigliari che incontro sono le più svariate: persone sole oppure inserite in nuclei numerosi, coppie di anziani, persone ricche e benestanti o povere e sostenute dai servizi sociali. Incontro anziani che si occupano di altri anziani oppure assistiti da donne straniere, soprattutto dell’Europa dell’Est, che lavorano come badanti. Tutti si trovano ad affrontare a domicilio situazioni assistenziali anche molto complesse e in molti casi a vivere l’ultima tappa della loro vita.

Quale cammino di guarigione è possibile per chi sta vivendo questa fase speciale dell’esistenza? E come prendersi cura di questo cammino di guarigione?

Nell’accostarmi ai miei studi universitari in scienze infermieristiche una definizione che mi ha sempre affascinato è quella che il codice deontologico utilizza per il “prendersi cura”: “aiutare il paziente a raggiungere il maggior grado di autonomia possibile, tenendo conto della concreta situazione di malattia e della conseguente fragilità che ne deriva e dei limiti che essa impone”.

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Fiducia
Nel vivere questo servizio ho avuto conferma che queste parole “aiutare, tenere conto della malattia, fragilità, limiti” fanno parte dell’alfabeto di chi desidera stare accanto a chi soffre e a chi, consapevole o meno, sta vivendo l’ultima speciale fase della sua vita.

Qualche mese fa mi viene affidato una persona che le cartelle cliniche definiscono “paziente oncologico in fase terminale”. Al primo accesso infermieristico conosco lui e la moglie, che lo assiste giorno e notte. Trovo un ambiente caldo e famigliare.

Si vogliono bene anche se discutono continuamente fra loro, ma come fanno quelle coppie consolidate che vivono insieme da tanti anni. Sono soli senza figli. Condividono la fede in Dio e mi chiedono di arrivare da loro dopo le 9 in modo che  la moglie riesca ad andare a messa. Sono da loro ogni giorno per infondere la terapia che il medico ha prescritto. Hanno molti dubbi, perplessità, paure, non sanno cosa fare con le terapie palliative, non sanno come contattare i vari medici e servizi sanitari.

Poiché non posso rimanere per tutto il tempo della terapia, alla moglie spiego come interrompere l’infusione endovenosa quando è conclusa; all’inizio lui è contrario perché dice “non mi fido”. Parlando insieme cerco di trasmettere fiducia sia a lui che a lei. Dopo un po’ di giorni lui ridendo mi dice di stare attenta, perché sua moglie mi ruberà il lavoro. Ecco un’altra parola chiave fiducia.

Responsabilità
Lui sembra non conoscere la gravità della sua malattia e la vera diagnosi. Così ha deciso sua moglie, che mi confida il percorso fatto nell’arrivare a questa scelta. Non mi chiede un parere, è sicura di aver fatto la cosa giusta. Rispetto la sua scelta e la responsabilità che si è presa, perché vedo che questo le dà serenità e riesce ad infondere coraggio al marito. Responsabilità è un’altra parola importante.

Lui è molto in ansia per il fatto di dover dipendere in tutto dalla moglie: non riesce più a camminare da solo, ha difficoltà anche a muoversi nel letto, ha perso le sue abitudini e i suoi riti. Non mi chiede mai qual è la sua malattia, né qual è la gravità. Mi fa domande sulle procedure terapeutiche e su alcuni sintomi specifici che riconosce su di sé ed ogni mattina mi spiega in dettaglio come è andata la giornata precedente. Nell’ascoltarlo cerco di rispettare la scelta della moglie di non comunicare al marito la situazione ma rispondo alle domande dirette, che lui continuamente mi fa. Un giorno mi chiede perché la nausea e il vomito non passano mai e io gli rispondo che dovrà conviverci tutta la vita. Lui rimane molto colpito e capisco che probabilmente è consapevole della sua situazione. Sta molto male.

Libertà e generosità 
Il giorno dopo, siamo verso metà dicembre, mi dicono che parlando fra loro si sono accorti che ormai sono una di famiglia e che per loro  è importante farmi un regalo. Mi donano una scatola di cioccolatini avvolta in una bellissima carta dorata. Mi sorprende questo regalo così in anticipo rispetto al Natale e mi commuove la gratuità di questo dono e l’assoluta semplicità con cui mi comunicano il loro affetto e la loro stima.

La gratuità, ecco un’altra grande riscoperta: solo dentro un cammino di guarigione si è capaci di gesti gratuiti.
Dopo qualche giorno, al mio arrivo, la moglie mi chiede se posso aspettare perché suo marito ha espresso dopo tanto tempo il desiderio di confessarsi e di fare la comunione. Lo trovo col volto rilassato e quasi disteso, sembra rinato dai giorni precedenti, tanto che, insieme alla moglie, glielo dico ridendo “Oggi è proprio bello”. Il giorno dopo mi chiama la moglie dicendomi che ha avuto una crisi respiratoria e che è stato ricoverato in ospedale. Dopo pochi giorni muore.

La scorsa settimana sono passata a trovare la signora, mi racconta gli ultimi giorni di vita del marito, le sue attuali preoccupazioni, i progetti per il futuro. Mi chiede di ritornare quando ho un po’ di tempo: è nata un’amicizia, improvvisa, inaspettata come tutti i doni di Dio.

Sr. Mara Bellutta, sfp

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