Donne che aiutano altre donne

L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni stima che circa un milione di esseri umani siano trafficati ogni anno nel mondo e 500 mila in Europa. In Italia, per quanto riguarda la tratta per sfruttamento sessuale , pur nella difficoltà di poter avere dati certi sul fenomeno per il suo carattere di clandestinità, si stima una presenza di prostitute straniere, che oscilla tra le 19 mila e le 26 mila.

Dalla fine degli Anni Ottanta questo problema ha coinvolto e tutt’ora coinvolge in maggioranza donne nigeriane e donne provenienti dall’Est Europa

Questa drammatica realtà non ci ha lasciate indifferenti: come Suore Francescane dei Poveri ci siamo sentite interpellate per una risposta che partisse dal cuore, o meglio, dal nostro stesso carisma. Già agli inizi della Congregazione, infatti, la nostra Fondatrice e le sue prime compagne condivisero la loro casa con giovani donne, provenienti dalla prostituzione, desiderose di cambiare vita.

Da oltre dieci anni in collaborazione con le Diocesi di Padova e Pistoia, anche noi come Madre Francesca abbiamo iniziato un servizio, che offre a queste donne un luogo sicuro, in cui intraprendere un percorso di protezione e di integrazione sociale, verso l’autonomia. Tanti passi compongono i sentieri di speranza di queste ragazze: l’accompagnamento sanitario e legale, la regolarizzazione, l’apprendimento della lingua italiana, la partecipazione ad un laboratorio creativo e l’avvio ad attività lavorative. Tutto questo avviene grazie al costante incoraggiamento, alla fiducia reciproca e ad una buona dose di coraggio!

Festa in comunità.  Sr. Loredana Giugliano,Sr. Monica Stasi e Sr. Wilma Molinari con ospiti e volontariNel corso degli anni abbiamo accolto anche donne in gravidanza, mamme con bimbi piccoli, ragazze italiane e straniere in situazione di particolare disagio. Con loro abbiamo condiviso il dolore di ferite profonde e la difficile risalita verso una dignità e un’autostima da ritrovare, ma anche la gioia delle piccole e grandi conquiste e la forza per affrontare il futuro con nuova speranza.

In questo servizio non ci siamo sentite sole: abbiamo sperimentato la condivisione con tanti amici, che ci hanno aiutate in modi diversi e abbiamo collaborato con altre famiglie Religiose e con varie Istituzioni. Insieme continuiamo a prenderci cura di queste donne, rendendo reale la possibilità di ricominciare una nuova vita.

Mi chiamo Joy, ho 23 anni e vengo dalla Nigeria. I miei genitori sono contadini. Siamo 5 figli e io sono la più grande. Per aiutare la mia famiglia andavo al mercato del mio villaggio a vendere i nostri prodotti. Un giorno è venuta una donna, mi ha detto che se volevo lavorare in Europa lei poteva aiutarmi a partire e a trovarmi un lavoro come baby sitter. Ho parlato con i miei genitori e, dato che eravamo molto poveri, hanno accettato di lasciarmi andare

Prima di partire questa donna mi ha portato da un native doctor. Mi hanno fatto un rito voodoo, per farmi giurare che avrei pagato il debito di 45 mila euro. Io non sapevo quanti soldi fossero, ma ho dovuto promettere, perché altrimenti sarebbe successo qualcosa di brutto alla mia famiglia.

Dopo un viaggio interminabile siamo arrivate a Parigi e da lì in treno siamo andate a Padova. Questa signora mi ha portato a casa sua e la sera stessa mi ha detto che per pagarla avrei dovuto lavorare in strada. Io ho cominciato a piangere, dicendole che non ero venuta in Italia per prostituirmi, ma lei mi ha picchiata e mi ha minacciata di far del male ai miei genitori. Non conoscevo nessuno e non sapevo l’italiano, così ho dovuto fare quello che voleva lei, anche se ero disperata.

Ho passato due anni a lavorare in strada, a prostituirmi per 10-15 euro e a dare gran parte di quello che guadagnavo alla donna, che mi aveva portata in Italia. La paura che facesse del male alla mia famiglia era più forte di tutto il resto. Poi un giorno non ce l’ho più fatta. Qualcuno mi aveva detto che alla Caritas potevano aiutarmi, così ci sono andata e ho cominciato a raccontare la mia storia. Mi hanno spiegato che per la legge italiana una persona, che viene costretta a prostituirsi, deve essere protetta ed aiutata. Ero talmente disperata, che ho accettato di denunciare la mia madame (termine col quale viene definita la sfruttatrice) alla Polizia, anche se avevo ancora paura che lei mi ritrovasse.

Una volontaria insegna italiano ad un’ospite

Sono stata accolta in comunità dalle Suore Francescane dei Poveri e ho cominciato il mio Programma di protezione sociale. Non è stato facile abituarmi a ritmi di vita completamente diversi e nemmeno imparare l’italiano. Vivevo in Italia da due anni, ma, a parte i clienti, non avevo avuto contatti con gli italiani, quindi avevo continuato a parlare la mia lingua. In comunità ho trovato altre ragazze che venivano dalla mia stessa esperienza e la convivenza è stata spesso difficile, perché io non mi fido di nessuno.

Un po’ alla volta le suore mi hanno aiutato ad ottenere i documenti e per la prima volta da quando ero in Italia ho cominciato ad andare in giro senza il terrore che la Polizia mi fermasse. La parte più difficile di tutto il Programma è stata quella dell’inserimento lavorativo. Ho fatto uno stage con una ditta di pulizie, ma alla fine non mi hanno assunta. Abbiamo trovato qualche lavoretto saltuario, finché un giorno un amico delle suore mi ha messa in prova in un magazzino. Ho fatto del mio meglio per imparare il lavoro, anche se era molto pesante, perché era l’unico modo per diventare autonoma e ricostruirmi una vita. Alla fine sono stata assunta e questo per me ha segnato un nuovo inizio. Ho potuto prendere in affitto un appartamento, che le suore mi hanno aiutato ad arredare, e spero prima o poi di riuscire a fare la patente.

Quando Joy è arrivata da noi abbiamo cercato di farla sentire a casa. Veniva da anni di sfruttamento e di violenze e non era facile per lei accettare le regole della comunità. L’abbiamo spronata ad imparare l’italiano, come elemento fondamentale per inserirsi nel nostro Paese. I primi tempi sono stati molto duri, perché ha dovuto abituarsi agli orari, alla condivisione della pulizia della casa, alla convivenza con altre donne altrettanto ferite e diffidenti.

Ci sono stati alcuni momenti di tensione, perché Joy aveva spesso sbalzi d’umore e non riusciva a fidarsi di noi. Da quando era partita dalla Nigeria aveva incontrato solo persone che avevano cercato di sfruttarla, perciò per lei era impossibile credere che qualcuno volesse aiutarla gratuitamente.

Sr Tina Ventimiglia con una donna che ha ricevuto il-permesso di soggiornoLa sua fortuna è stata la forza con cui aveva deciso di cambiare vita, scappando dalla sua madame. Quella stessa tenacia l’ha fatta camminare nei mesi che è rimasta da noi, con l’obiettivo di ricominciare una vita dignitosa nel nostro Paese.

L’abbiamo vista decisa a rendersi autonoma e libera, con la consapevolezza che avrebbe dovuto lavorare sodo per inserirsi in Italia. Quando ha ottenuto i documenti era ricoverata in ospedale, perché non era stata bene e siamo andate a trovarla per darle la bella notizia. Abbiamo festeggiato insieme il primo passo verso una vita libera, scattando anche alcune foto per immortalare il momento.

Quando si è trovata la possibilità di un lavoro per lei, abbiamo gioito insieme e l’abbiamo vista impegnarsi al massimo, nonostante le difficoltà della lingua.

Ora ci viene a trovare di tanto in tanto. Ci racconta delle sue piccole conquiste e del desiderio di sposarsi a breve. E’ bello sapere che ce l’ha fatta: ripensare ai tanti mesi passati insieme e ritrovarla più serena e matura. Il suo coraggio è stato premiato e finalmente è una donna libera.

 

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