Suor Anna D'Ambrosio, SFP

altAnna D’Ambrosio è nata ad Angri, il 2 maggio 1939 da Guglielmina e Antonio. Era sesta di nove figli.

Lei stessa racconta: «La fede nel nostro nucleo familiare si respirava, ma soprattutto si viveva. La semplicità e la carità erano per noi il pane quotidiano, nella nostra casa c’era posto per tutti coloro che si trovavano in difficoltà ed avevano un reale bisogno di aiuto.

Proprio l’esempio dei miei genitori e ciò che mi hanno fatto scoprire e vivere, hanno rappresentato le scintille che mi hanno portato alla decisione di donare la vita al Signore nel servire i poveri e i sofferenti, ritrovandomi così pienamente nel carisma di Madre Francesca Schervier di “sanare le piaghe dell’umanità povera e sofferente”».

Aveva 19 anni quando ha chiesto di entrare nella Congregazione delle Suore Francescane dei Poveri. Dopo gli anni della formazione ha fatto i voti con il nome di sr Consolata. Aveva fatto la prima professione il 5 gennaio del 1960 e la professione perpetua nel 1966. Dal 1966 al ‘70 è stata a Borgo Lombardo e si è occupata dei bambini dell’asilo e delle loro famiglie. Nel ’72, dopo aver fatto la scuola per infermieri, ha lavorato nel reparto maternità della clinica Salvator Mundi. Nel 1985 è stata trasferita a Petrignano d’Assisi, anche lì ha esercitato la sua professione di infermiera, curando molte persone sia nelle loro case, sia nell’ambulatorio del paese. Nel ‘99 è partita per l’Albania come volontaria.

Era nella zona Nord Orientale, al confine con il Kosovo. Lei era stata inserita nell’infermeria del campo. Scrive: «Due braccia non bastano, né un cuore basta per consolare e assistere il popolo kosovaro, ce ne vorrebbero cento, mille. Non si sa mai quando si va a riposare. L’esodo dei profughi, è continuo. Si piange tutti i giorni mentre si prova ad aiutare a sopportare tutto quello che gli uomini non dovrebbero mai sopportare ma che gli stessi uomini continuano ad infliggere con crudeltà infinita ai propri fratelli».

Rientrata a Roma comincia un periodo fecondo, ricco di interessi e molto creativo. Era  Ministro straordinario dell’eucarestia della Parrocchia di Regina Pacis, impegnata nelle attività caritative della san Vincenzo, esercitava l’attività infermieristica presso le case del quartiere. È stata volontaria della Pastorale sanitaria presso gli ospedali Città di Roma e san Camillo.  Con l’arrivo di Yama in Italia, nel ’98, ha seguito i suoi ricoveri standole accanto dopo i numerosi interventi chirurgici. Si occupava con competenza anche della salute delle suore della comunità.

Ha accompagnato e si è presa cura spirituale di un gruppo di persone adulte, dando vita al gruppo “Madre Francesca”. Insieme a Gabriella Bellotti ha raccolto un nutrito gruppo di persone, con i talenti più differenti, nel laboratorio S.O.L.E. Insieme preparavano oggetti da vendere nei mercatini di quartiere, parrocchiali e in altre manifestazioni. Molte persone si sono ritrovate a condividere l’esperienza diversificata del laboratorio il cui fine non era solo raccogliere fondi per vari progetti in Senegal, ma – come lei stessa ha scritto – «ritrovarsi insieme per lavorare e condividere gioie e dolori, riscoprendo il valore dell’amicizia e la ricchezza della condivisione».

La forza e il coraggio per curare, confortare e incoraggiare li ha attinti – come dice lei stessa – «dalla tremula luce della lampada del SS.mo, nella cappella, dove il suo Sposo divino l’attendeva giorno e notte per scambiare col suo cuore innamorato ineffabili momenti di dolci confidenze».

Ultimamente si è ammalata e i medici le avevano dato pochi mesi di vita. Da quel giorno sono trascorsi quasi tre anni. Da allora sr Consolata ha fatto un cammino molto forte dietro al Signore ed ha cominciato un colloquio con lui ancor più intenso e spontaneo.

L’incontro con Gesù al mattino, alla Messa era la cosa più bella, la sua forza. «Ho avuto sempre tanta paura di morire, oggi la morte non mi fa paura, anzi, è una bellezza, una gioia andare dal Signore. Mi sono abbracciata alla sua croce quando sono andata a fare l’operazione chirurgica. Il Signore voleva che io passassi per questa strada perché per me questa è un’esperienza di vita.

 (…) Il mio desiderio è di augurare a tutte le persone malate, ai sofferenti, alle suore, ai fratelli e agli amici una grande libertà di spirito e una grande apertura di cuore alla speranza. La speranza non deve mai venir meno perché Gesù è sempre con noi e cammina con noi se noi lo cerchiamo».

Le sue ultime parole alla comunità: sono in pace, la pace di Gesù. So che ognuna ama Gesù, siete come una lampada accesa davanti a lui. Speriamo che lui resti sempre con voi.

Alla generale: adesso sono felice, sto benino, sto riposando un pochino, un bacio.

A cura di sr. Tiziana Longhitano, sfp

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