Scegliere una vita di povertà

 

"Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli." [Mt 5,3]

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Quando rifletto sulle esperienze di povertà nella mia vita mi viene subito in mente il passato, che ha tanto contribuito a creare in me la convinzione che la povertà è molto più della semplice rinuncia ai beni materiali.  
Credo che vivere nella povertà materiale sia una grazia ma l’esperienza mi ha insegnato che la vera povertà consiste nella rinuncia all’egoismo, all’orgoglio, alla ricerca di sé e a tutto ciò che ci impedisce di amare, di accogliere e di dare la vita gli uni per gli altri.   

Il bisogno di Dio e delle persone 
Sono stata particolarmente colpita da uno degli interventi alla Conferenza sulla guarigione del 2011 negli Stati Uniti. In esso si sottolineava che i ‘poveri in spirito’ sono coloro che riconoscono di non poter fare tutto da soli e che la via che conduce alla felicità consiste nell’ammettere che non siamo soli nel mondo e che abbiamo bisogno di aiuto. In altre parole tutti abbiamo bisogno di Dio e delle persone che ci stanno intorno. Riconoscere questo fatto è essere poveri, superare l’idea di povertà che spesso è intesa come distacco dai beni materiali.   

Per me, l’amore nella vita di Gesù è sinomino di povertà, perché lui non si è accontentato di quello che era, della sua grandezza di figlio di Dio, come ci dice la Sacra Scrittura, ma si è umiliato e ha dato la vita per gli altri: "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,13).

La mia vocazione 
Sono sicura che per me l’aver scelto la vita religiosa non sia stato un caso. Sono convinta che, fin da piccola, già mi si stava preparando a seguire Dio e a rispondere alla sua chiamata, che chiede di percorrere un cammino di rinuncia non solo dei beni materiali ma della vita stessa. Questa preparazione è avvenuta in ogni occasione che mi si è presentata e in ogni scelta che ho fatto nella vita.    

Sono convinta che scegliere la povertà significa sceglierci reciprocamente. Quando ero piccola mi è stata data la possibilità di scegliere di vivere con delle famiglie benestanti, il che mi avrebbe assicurato un avvenire migliore.  

I miei genitori dicevano sempre che la ricchezza più grande nella vita erano i loro dodici (12) figli eppure mi hanno dato la libertà di scegliere di vivere con loro o di andare a vivere con un’altra famiglia che mi avrebbe potuto dare più di quello che mi potevano offrire loro: una sicurezza economica.  

Con quell’atteggiamento mi hanno insegnato una cosa molto importante sulla pratica della povertà. Erano disposti a staccarsi dalla ricchezza più grande che avevano nel nome dell’amore, senza preoccuparsi del fatto che ne avrebbero sofferto immensamente. Questa è povertà! Questo è abbandonare se stessi per cercare e desiderare il bene degli altri. 

Questi avvenimenti mi hanno fatto credere che vivere nella vera povertà consiste nel riconoscere la vera ricchezza che Gesù ci invita a cercare: 

"Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano e dove ladri non scassinano e non rubano”. (Mt 6,19-20).

4Discernimento e ricerca di senso
Devo confessare che le richieste e le promesse di un futuro economicamente tranquillo mi facevano sentire emozionata, felice e un po’ preoccupata da una vita così diversa da quella che avevo vissuto finora. Presto però mi sono resa conto che nulla poteva cancellare l’amore e la nostalgia per la mia famiglia. Niente riusciva a farmi dimenticare l’amore che mi rendeva inquieta, che mi disturbava e mi faceva mettere in dubbio la scelta di una famiglia piuttosto che di un’altra, quella in cui Dio mi aveva messo.  

Anche da piccola mi facevo queste domande: che persona sono ad avere il coraggio di lasciare i genitori e i fratelli e le sorelle che soffrivano per andarmene a vivere negli agi? E` giusto appartenere alla stessa famiglia ma vivere in modo così diverso dagli altri membri della mia famiglia? Che senso ha tutto questo se nulla riesce ad alleviare il dolore di essere distante da quelli che amo e a cui penso giorno e notte?    

C’erano tante difficoltà a casa mia ma niente poteva toglierci la gioia di essere insieme. I periodi passati con altre famiglie che mi volevano adottare e che mi promettevano un futuro sicuro mi hanno insegnato che la vita non ha senso quando pensiamo solo a noi stessi e alle nostre necessità. 

Sento che la povertà della rinuncia e dell’abbandono di se stessi è una conquista quotidiana. Vivere questa rinuncia è una grossa sfida dal momento che la nostra tendenza egoistica è di concentrarci su quello che abbiamo, sulle nostre capacità e sul piacere.  

Sono sicura che la vita ha senso solo quando perdiamo i nostri desideri egoistici e li trasformiamo in offerte per il bene degli altri. Devo imparare ad offrire la mia vita secondo l’insegnamento di Gesù, di san Francesco, di santa Chiara e delle persone e degli avvenimenti che Dio mette nella mia vita.   

Credo che la beata Francesca Schervier abbia trovato il senso della sua vita quando si è donata completamente a servizio del Signore per amore dei fratelli e delle sorelle sofferenti. 

Lo si vede dal suo stile di vita e dalle sue parole. Nella mia vita desidero seguirne l’esempio di vivere l’ideale che ci ha lasciato nel carisma di guarigione, trasformando la mia vita in un’offerta d’amore a Dio nel servizio ai fratelli e alle sorelle.  

Le parole di abbandono fiducioso della beata Francesca Schervier, "Mi sono offerta a Dio per l’umanità povera e sofferente” – mi sono state di grande aiuto per capire cosa significhi veramente scegliere una vita di povertà. Credo di aver fatto qualche passo ma il cammino è molto lungo; il mio abbandono completo e il distacco dalla mia vita diventi sempre più solido e profondo nell’amore di Dio.  

Sr. Thalyta Pereira Lima, SFP

Pubblicato: Giugno 2012

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