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af 01Salve a tutti, sono Francesca,

associata delle Suore Francescane dei Poveri da diversi anni. Vivo e lavoro a Roma, la mia città natale.

Dal 2002 al 2004 ho fatto l’esperienza del Centro Giovanile presso la comunità di Casetta Nova, a Frascati, condividendo con le Suore un tempo di fraternità e discernimento per capire meglio a cosa Dio mi chiamava. Fin da giovanissima mi sono impegnata in opere di volontariato, in particolare nel mondo dell’educazione dei ragazzi, all’interno dell’Associazione guide e scout cattolici italiani (Agesci).
Rientrata a Roma dopo questa esperienza, ho deciso di cercare lavoro nel terzo settore.

Nel dicembre 2004 sono stata assunta da una Cooperativa sociale, che a Roma gestisce diverse strutture che rispondono a molte delle domande che l’emergenza sociale ci pone. Ho lavorato in case-famiglia per l’accoglienza di madri con figli minori e nel centro d’accoglienza comunale per senza fissa dimora, dove sono impiegata tuttora. Le persone che ospitiamo ci vengono segnalate dalla Sala Operativa Sociale del Comune di Roma, che tratta tutte le diverse tipologie di criticità presenti sul territorio. Riusciamo a ricevere fino a 80 persone, uomini e donne, 20 delle quali ricevono accoglienza sia giornaliera che notturna.
Sono diverse e molteplici le problematiche che ci troviamo a gestire, sia per le situazioni molto gravi in cui versano gli ospiti, sia per la mancanza di strutture e risorse economiche dedicate alle fasce di popolazione più bisognose.

af 02 la casa fuoriL'ingressoQuesta esperienza, con il passare degli anni, ha fatto maturare in me un pensiero: l’assistenza in un momento di estrema fragilità, in cui qualsiasi individuo può trovarsi nel corso della sua vita, è un diritto. Per quanto sia giusto che ci siano comunità di solidarietà - ognuna rispondente a una delle diverse sensibilità della società civile - mi rendo sempre più conto del fatto che sia un dovere, da parte di qualsiasi istituzione, prevedere un sistema di servizi integrati professionali in grado di creare reti di sostegno. Sono davvero troppe le tipologie di persone che non hanno un “posto” dove essere collocate, ma non solo nel senso fisico del termine: non hanno un posto perché “troppo poco psichiatriche”, o “troppo poco malate”, o “poco straniere”, o “poco anziane”… Insomma, anime fragili lasciate sole a risolvere problemi troppo grandi.

Noi, in qualità di operatori di un centro d’accoglienza, viviamo l’emergenza ingoiando spesso bocconi amari, altre volte rimanendo commossi di fronte alla vita che si riscatta e torna a rendere libero chi ha a lungo sofferto. Creare una realtà di servizi che dia diritti veri, secondo me significa rispettare la dignità di ciascuno. Il ruolo da operatrice mi fa vivere a 360° la vita del centro e, di conseguenza, ho la possibilità di affrontare con gli ospiti tutti i loro bisogni e di affiancarli nelle difficoltà. È qui che entro in gioco io, Francesca, come persona con tutte le sue scelte e le sue complessità. Abbracciare l’altro che è sporco, malato, ubriaco, o semplicemente diverso, è una sfida quotidiana che, se da una parte non è sempre facile, dall’altra non la cambierei con nessun’altra al mondo.

In questi anni ho davvero imparato a conoscere i miei limiti, e ho guadagnato la consapevolezza che ne scoprirò altri. Ho imparato a distinguere il buio che abita in me, ad accogliere addirittura quel lato razzista che m’imprigiona, mi fa evidenziare le diversità dell’altro e me le fa giudicare senza riuscire a vederle come una ricchezza. Ho accettato di amare tutti, e questa è una missione difficile, che deve partire dal saper rispettare e accompagnare, come madre Francesca ed il suo carisma mi invitano a fare. L’altro, fosse anche il più povero o il più sporco, va abbracciato e abbiamo un milione di modi per farlo, ma la prima condizione è sentirlo uguale a te: una persona alla pari, nessuno più in alto e nessuno più in basso.

af 03 la casaLa casa af 03 momenti di festaMomenti di festa

Però, quando vedo quelle 80 persone che ogni mattina, alla chiusura del centro, stancamente si trascinano fuori che ci sia il sole o la pioggia, portandosi dietro il solito fardello di dolori e di speranze, le parole scarseggiano. A quel punto ci sono solo le preghiere, che sgorgano spontaneamente e salgono fino a Dio. 

È allora che le lacrime raggiungono gli occhi, il cuore si gonfia e capisco che c’è ancora molto da fare, ed io, noi posso/iamo fare la nostra piccola parte per continuare ad amare e abbracciare tutti perché nessuno si senta escluso!

 

Francesca Campeti, Associata SFP

Pubblicato: 04/04/2017