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trasf 07Sorelle e fratelli carissimi,
raccolgo con molto piacere l'invito rivoltomi per testimoniare la trasformazione e la gioia nella resurrezione interiore.

Ho conosciuto la vostra congregazione qualche anno fa. Ero in un momento di forte difficoltà economica e di salute. Mi muovevo con le stampelle e venni invitato nel centro diurno Raggi di Sole qui a Roma, dove fui accolto da Sr Giuliana e da altre persone per stare insieme, conoscerci nell'amicizia e condividere i servizi offerti. Il pranzo era il momento di comunione in cui incominciavo a conoscere tutti, ognuno con le sue difficoltà, e le suore incominciavano ad percepire le nostre necessità quotidiane.

Quello che mi colpì con il passare del tempo fu che non dovevamo neanche esprimere esplicitamente le nostre necessità, ma erano le stesse suore a venirci incontro. Bastava che le suore ci guardassero e ci ascoltassero, per capire quello che vivevamo dentro di noi. Le suore che ho conosciuto sono state bravissime a fare questo.  Ci sono stati momenti anche di allegria, di giornate in cui siamo stati invitati a vedere qualche film. Sono stato aiutato moltissimo in quei momenti e devo confessare che sono risorto interiormente. Risorgere interiormente per me significa che ho ritrovato la progettualità per la mia vita e la fiducia nel futuro.

Ma io cosa ho offerto a queste consorelle che mi hanno conosciuto?
Ho affrontato situazioni molto complicate con una certa serenità, cercando di condividere le giornate con persone che provenivano da situazioni di disagio molto diverse dalle mie. Ho imparato che è veramente possibile offrire agli altri piccoli gesti di gentilezza, parole dette con il cuore. Ho imparato a esprimere la verità interiore senza avere difficoltà, e tutto questo aiuta a costruire la pace tra le persone. Ho imparato che si può essere apostoli di carità anche se non si possiede nulla o molto poco. Come accade tutto questo? In un modo molto semplice: essendo me stesso, in tutte le mie espressioni.

Ho imparato a non vergognarmi e a non avere pudore della mia condizione. Tutti siamo “nudi” davanti alle difficoltà della vita. Ce ne sono molte di difficoltà, lo sappiamo tutti. La croce che portano i poveri del mondo, ad ogni latitudine, e la fragilità davanti ai fatti che ci sconvolgono la nostra vita, ci rendono nudi. Vivere il disagio nella solitudine più completa significa cadere nella depressione. Ma se vivi sulla strada hai tante energie e tanta voglia di voler vivere, urli e impari a chiedere aiuto a voce alta, perché la solitudine ti porta alla rovina. So che la vita dei poveri sulla strada può sconvolgere chi ha molte cose materiali ma poi si perde nelle difficoltà esistenziali, senza domandarsi il perché di tanto dolore nel mondo attorno.

L’umiltà è quello che mi ha salvato. Ho riconosciuto di essere fragile, ho imparato a essere cosciente dei miei limiti, e questo mi ha aiutato a superare tante cose. “Quando sono debole é lì che sono forte”, scrive San Paolo. E' allora che ho scoperto il bello nella vita. Le piccole cose quotidiane che ci fanno gustare di nuovo l'esistenza, anche con tutti i nostri pesanti fardelli.

Mi sono chiesto se è possibile salvare le nostre vite senza un atteggiamento reale e vero di fede.

trasf 06Salvare non lo so; però ho sperimentato che nello scorrere della vita, se accetto le mie giornate alla luce della fede, senz'altro la fede trasforma, nel senso che mi fa sentire positivo e mi fa voler bene a me stesso, e di conseguenza anche agli altri. Mi rendo conto che una visione troppo razionale dei “perché” e dei “per come” che sto vivendo, non mi porterebbe troppo lontano. Diventerei chiuso e poco tollerante nei confronti degli altri. Ma la fede mi trasforma nell’accogliere gli altri.

Volete sapere perché capita che un povero schiaccia un altro povero per avere un pezzo di pane? Volete sapere perché c’è la guerra tra i poveri? Semplicemente perché l’abbrutimento, - si proprio l’abbrutimento -, nasce dalla mancanza di fede nel Dio che non ci abbandona, se lo cerchiamo. Potrei raccontare tante esperienze che ho visto nei dormitori e nelle mense per i poveri, che dimostrano quanto sia triste la guerra tra poveri. La vita dei poveri è come una catena che gira, e che, lungo le giornate che si susseguono, può divenire anche una catena positiva che ci trasforma. Quando ci accorgiamo che siamo amati da un Qualcuno che ci perdona tutte le nostre miserie senza domandare nulla: questa è la vera trasformazione, questa è la vera gioia. E io la comprendo come resurrezione che accade, una resurrezione che diventa sempre più mia, più nostra, tutte le volte che meditiamo sui fatti che ci accadono e sulle persone che incontriamo nella nostra vita.

Mi capita di riflettere e vedere in retrospettiva alcune piccole cose che mi sono successe, alcuni incontri avvenuti improvvisamente, senza una ragione: allora scopro che tutto ha un significato, tutto lascia un segno e traccia un percorso che non avevo mai neanche intravisto o pensato. Io credo che questo è il momento di lasciarmi trasformare e sentirmi nudo, incapace di uscire da solo dai problemi che mi assillano. Non è questione che sono capace o incapace di agire, ma è questione di essere umile: l’umiltà di farmi aiutare per il mio bene e di lasciarmi aiutare per essere trasformato.

Vedete, noi oggi siamo qui per conoscerci, certamente io conosco profondamente le vostre consorelle qui di Roma. Voi ripartirete per le vostre destinazioni e andrete a proseguire i vostri impegni. Io tornerò nel mio quotidiano con tante lotte da affrontare. Molte di voi provengono ed operano in realtà molto dure e difficili, con tante povertà. Però sono sicuro che avete visto la gioia in molti poveri che voi assistete, e che riconoscete come amici, fratelli e sorelle. La vostra vicinanza dà la consapevolezza di avere una identità e una dignità, in qualunque condizione. Dice Aristotele che senza amicizia non si può vivere. Verissimo! Voi offrite un’amicizia che trasforma. L’amicizia è il collante che ci tiene aderenti alla realtà e che ci permette di sopportare e di superare tanti ostacoli. Ve lo dice il sottoscritto che ha sperimentato lunghi periodi di solitudine e che ha dovuto affrontare pregiudizi di condizione sociale a causa dell'indigenza e della povertà.

La solitudine è come l’acqua che invade una caverna e sale, sale, finché rende tutto opaco. La strada si fa faticosa. La solitudine a volte è anche cercata, perché in situazioni di fragilità e di disagio a volte si preferisce stare da soli con i propri pensieri.
Per esperienza personale, però, ho visto che coloro che scelgono di stare soli vanno incontro a complicazioni della loro vita, fino ad avere problemi psichiatrici. Io sono stato fortunato perché ho avuto moltissime persone che mi hanno teso la mano. Una mano che ho accolto. Si: ho recepito tutto nella dimensione del reciproco scambio, della reciprocità, di un dono che ricevo e che posso ridonare a mia volta.

Ho sempre cercato di spiegare a tutti, anche scherzando, soprattutto ai giovani volontari, che le cose brutte accadono anche per nostra responsabilità. Ma se potessimo evitarci le sofferenze non saremmo mortali. Molte volte mi sono domandato: ma perché proprio a me?
Ho imparato che bisogna vivere giorno per giorno e riguadagnare oggi il bello e il buono che abbiamo perso, e che dalla vita ci siamo tolti a causa nostra.
Si, possiamo risorge dalla sofferenza. Io sono risorto da tante cose. Onestamente questo momento oggi con voi è stata l’occasione per rivedere dietro di me come mi sentivo vent’anni fa, quando mi sono trovato solo, senza legami, senza alloggio, senza amici e senza lavoro. Era il mese di agosto ed avevo una piccola cartella con me, con dei documenti. Era tutto quello che restava di quarantuno anni di vita. Mi sono ritrovato a 41 anni con un passato da ricollocare e da rimettere a posto. Non è stato per niente semplice. L’angoscia di passare le notti per strada mi struggeva. E’ la verità.

trasf 01Però in questa angoscia, è nata l’attesa e la riflessione interiore. Ho iniziato a vedere tante cose che prima non vedevo, e mi sono accorto di avere cose che non speravo di avere. E piano piano mi sono trasformato.

La vostra amicizia è stata un dono che ho voluto contraccambiare e condividere con gli altri. Il continuo divenire della mia vita mi aiuta a migliorare e leggo negli accadimenti di ogni giorno la voglia di giustizia e di pace. L’ho intravista nei vostri gesti e nelle vostre parole e la voglio fare mia. Non voglio dare per scontato che la pace cade dal cielo, no. Ma so che va guadagnata con l’impegno, anche imparando a cedere nei confronti degli altri. Io sento che la vita, la nostra esistenza, mi inquieta e mi chiede una tensione morale per migliorare il mondo.

Sono un uomo nuovo, Homo novus sum!: voglio parafrasare S. Paolo, certamente non paragonandomi alla sua fede, ma di certo non sono più il Valerio di vent’anni fa. La vita mi ha trasformato: sono più buono, più riflessivo, più cosciente e più attento agli altri. Non sono tornato indietro rispetto a quello che facevo. Senz’altro ora mi basta poco per stare bene con me stesso e gli altri. Credo che l’oggi sia un buon punto di partenza per continuare a trasformarmi in bene e aiutare gli altri

Pax et bonum...

Valerio

Pubblicato 29/08/2016

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